lunedì 16 febbraio 2015

Iain Banks: non solo Cultura

Iain Banks, di cui oggi ricorre l'anniversario della nascita (16 Febbraio 1954, Scozia) è conosciuto come scrittore di fantascienza; eppure, come i più grandi autori di questo genere, ha scritto anche ottimi romanzi di narrativa mainstream (chi ha nominato R. Bradbury, J. Ballard o P. Dick?). Per esempio "La fabbrica degli orrori" è un viaggio allucinato nella mente di un serial killer diciassettenne che stermina insetti, sacrifica animali, uccide bambini, fratello minore compreso. Vive in una minuscola isola della Scozia da cui non si è mai allontanato, obbedendo a una sorta di crudele religione che si è costruito; con riti propri, templi e luoghi, macabri feticci. Non c'è salvezza né redenzione in questa fiaba oscura. Nessuno che possa considerarsi "normale." Certo non il fratello Eric, un piromane divenuto pazzo dopo aver assistito a un orribile episodio che è bene non anticipare; nemmeno il suo miglior amico Jamie, affetto da nanismo e dedito all'alcool.






Oppure "Canto di pietra", ambientato in uno scenario post guerra che è solo un pretesto per immergere i due protagonisti, Abel e Morgan, fratello e sorella, amanti, in una vicenda sommamente crudele, di un sadismo sconcertante. Scritto oltre tutto molto bene, con uno stile "pieno", carico di similitudini e aggettivi, in un'atmosfera malinconica, sommessa che, man mano che la vicenda scorre verso l'epilogo, si fa disperata. Tutto precipita, tutto si disfa, compreso l'amore, in una caduta agli inferi che non lascia speranze.


Ma Iain Banks è soprattutto (giustamente) famoso per il suo ciclo di space opera, il Ciclo della Cultura, fantascienza per palati fini. Una decina di romanzi, solo in parte tradotti in italiano, che si possono leggere stand alone, senza un'ordine preciso, privi come sono di una trama unitaria o di personaggi a cui ci si possa affezionare.

Ma cos'è la Cultura? Una intelligenza artificiale diffusa che permea l'universo conosciuto, che si insinua ovunque, un'utopia che speso diventa antiutopia, una cultura dell'uomo di stampo libertario, anche ambigua, che cerca di espandersi inglobando altre razze e civiltà, senza imporsi, se ciò è possibile. Con un'etica onnipresente e invadente. Con armi di potenza straordinaria che sono impiegate come ultima ratio.  

Una civiltà, quella della cultura, egalitaria, progressista, vagamente comunista, anarchica, priva di leggi e di un governo riconosciuto, di gerarchie. Dove le droghe sono tollerate o incoraggiate o semplicemente inutili, perché il corpo di chi nasce all'interno della Cultura è già geneticamente provvisto di un sistema di ghiandole adatte a rilasciare endorfine e neurotrasmettitori, in modo volontario. Dove persino la ribellione è tollerata e la morte diventa una scelta.

Cosa c'è che non va in questo tipo di società? Si può cambiare sesso ogni volta che si vuole, ci sono interi pianeti dedicati a svaghi inimmaginabili, la morte è (quasi) sconfitta, la libertà individuale garantita. E' l'etica al potere. Parlavamo di ambiguità: la Cultura è comunque una forma (indiretta) di governo dell'uomo, ridotto a pedina insignificante. La ribellione è tollerata, in qualche caso incoraggiata; ma comunque inutile. Nessuna rivoluzione può nascere. L'uomo è comunque condannato all'irrilevanza. Può sbagliare, può far del male, ma non può liberarsi dal controllo delle Menti, intelligenze artificiali onnipresenti (anche un po' petulanti) che lo indirizzeranno immancabilmente verso qualche forma di redenzione. Oppure lo isoleranno. 

E comunque dell'etica, in molti casi, se ne può fare a meno. Per esempio, durante una guerra contro un'altra civiltà bellicosa. In quel caso, c'è chi si deve sporcare le mani; umani, per lo più. Con licenza di uccidere, si intende.

Detto questo, la Cultura di Banks è un grandioso affresco di una umanità liberata da qualsiasi peccato originale, un mondo senza classi sociali, senza razzismo, libero dalla proprietà privata, un'utopia anarchica dove però il concetto di responsabilità individuale è sfumato. Un favoloso universo di balocchi, dove l'unica aspirazione non ancora realizzata dall'uomo rimane quella di sempre: trovare un senso alla vita.

Come riconosciuto dallo stesso autore, questo tipo di civiltà sarebbe comunque un futuro ideale per l'umanità, anche se rimane altamente improbabile. Iain Banks è morto nel 2013; tra i romanzi facenti parte del ciclo della Cultura; ricordiamo Pensa a Fleba; L'impero di Azad; Lo stato dell'arte, Volgi lo sguardo al vento.


giovedì 20 giugno 2013

Mai più umana



"In un futuro forse non troppo lontano, esiste una particolare agenzia che promette di realizzare qualsiasi desiderio. Una giovane donna è decisa a sfruttare la possibilità per cambiare radicalmente la propria vita."

Narrativa per smartphone; una settimana di abbonamento gratuito (dopodiché potete disdire l'abbonamento senza pagare un euro, se il servizio non vi piace); il mio racconto "Mai più umana" lo trovate su "fantastico"; se vi è piaciuto clickate su "mi piace" tornando alla home page (simbolo della casetta in alto a sx)? Grazie.
http://www.storiebrevi.it/

martedì 9 aprile 2013

365 storie d'amore

365 Storie D'Amore





Raccontino pubblicato dalla Delos edizioni, lo tovate (in cartaceo) al seguente link : qui

Il titolo è esplicativo, sono storie d'amore, ma non aspettatevi romance o racconti alla Liala, magari solo qualcuno, la maggior parte riguarda torbide passioni, amori fantascientifici, storie gay, drammi, ecc...

Un racconto al giorno, per scoprire che non tutto è amore quello che riluce :D

Il mio si intitola "Il bosco del desiderio" ed è un fantasy; siccome è pubblicato col mio vero nome e cognome, lo trovate sotto la data 25 Aprile, alè, non ho resistito ad appropiarmi ignominosamente di una data per me, per tutti spero, importante.

lunedì 24 dicembre 2012

Un Natale diverso

Buon  Natale  ragazzi.




Foto di Luca De Vito
«Figa, se mi viene da ridere!»

«Boccia, devi tacere!»

«Eh,a te sembra facile... ma... sto... esplodendo... e io... muhahaha...!?»

Boccia sembra singhiozzare; egli ride, indubbiamente, eppure maschera in maniera così abile i suoi singulti, da dare l'impressione contraria. Ripiegato su se stesso, con le mani che coprono il volto, si lascia sfuggire versi indistinti, ovattati, ambigui. Potrebbe essere afflitto da un dolore incontenibile; il ricordo di una tragedia passata, magari, potrebbe averlo raggiunto proprio ora, in questo luogo.
Katiusha gli da una manata sul braccio, poi si accorge della vecchia impellicciata che la guarda da pochi metri di distanza, con i suoi occhi resi vacui dalla cataratta; così addolcisce il suo gesto mettendogli una mano sulla spalla, in un movenza lenta e compassionevole.

«Ti prego!» gli sussurra a un orecchio «non fare così, Fernando, smettila!»

«Fernando! Mi hai chiamato Fernando, per la prima volta dopo... aaanni! Ih ih, ah ah ah, non ce la faccio più, proprio più, portatemi via da qui!»

La ragazza è allarmata, perché ora Fernando detto Boccia sta ridendo senza più trattenersi; ride in modo selvaggio, come una specie di satiro reso ebbro da un vino troppo dolce e troppo buono; ma invece no, non è vino quello che lo ha inebriato, trattasi di Skunk, tre grammi di ottima, fresca Skunk appena giunta dal paese dei tulipani, fumata ripetutamente a casa sua, dolce, euforica e terribilmente infida.

«E' la maria, Boccia, maledizione, te la sei fumata tutta te, o quasi, ora ti portiamo via...» gli sussurra un po' scocciato Spadino, mentre cerca di trascinarlo verso l'uscita, guardando Katiusha, facendole un segno con la mano libera.
Ma Boccia non è più in grado di rispondere; ride, ride senza più nemmeno tentare di contenersi, mentre l'amico lo porta via, col viso tondo che si accende di sfumature rosee, poi rubiconde; e quando passa vicino alla signora anziana che lo guarda con quello sguardo vago, fuori fuoco, eppure inequivocabilmente accusatorio, le dice, prima che la mano di Spadino possa giungere ad tappargli la bocca: «è la maria, sa signora, è lei...»

Poi, disastrosamente urta l'acquasantiera, che oscilla anche un poco, prima di assestarsi al suo posto.
Qualcuno si lascia sfuggire un grido soffocato. La vecchia apre la bocca, senza però articolare alcun suono. Un uomo distinto poco più indietro, estrae il cellulare dalla sua tasca e si ferma indeciso, con la mano che sfiora i tasti, pronto a pigiarli in sequenza... centododici, centotredici... chissà, magari direttamente il centodiciotto.
Eppure in qualche modo sono fuori. L'ultimo suono che Katiusha sente prima che il portale della chiesa si richiuda lentamente alle loro spalle risucchiandoli fuori, è la voce del prete che continua, monocorde, a magnificare questo giorno speciale, di pace e di amore, senza tuttavia mai nominarlo.

«Eh! BUON NATALE!» dice allora Katiusha ai suoi amici, a se stessa, oppure a chissà chi. Poi si volta verso di loro e aggiunge seria: «vi avevo chiesto di accompagniarmi, vi avevo pregato di non fare casino, per una volta...»

Boccia la guarda di sgimbescio, mentre si sfila l'elastico che gli imprigiona i capelli rossi in una lunga coda. Ogni tanto sogghigna.

«O.K., ma hai visto dove eravamo capitati? Nehandertaliani avvolti da pelli di montone, uomini e donne Erectus ingobbite da pellicce di strani animali praticamente estinti, cavalieri dell'apocalisse e guardie svizzere che brandivano display colorati e fotocamere frontali...»

«Ma per favore! A te non fregherà un cazzo, ma io ci credo in Dio, e almeno alla messa di Natale volevo... si volevo andarci, guarda un po'!»

«Colpa mia?» continua Boccia che ora sembra tornato serio; solo un lieve colorito delle guance ricorda il flusso di ilarità chimica che lo ha invaso pochi minuti prima; tuttavia gli occhi, rossi da far spavento, sembrano ancora sorridere «dai! Oh Kathy, così mi mandi in paranoia, cioè, Cristo, non è colpa mia... Fai un sorriso? Dai, mi è venuta un'idea...!»

All'interno della chiesa l'organo inizia a suonare. Sembrerebbe Bach.

La ragazza guarda Boccia, alzando le sopracciglia, poi sbuffa: «ma si, chissene! L'importante è stare insieme... Anche se a voi non interessa, lo festeggiamo insieme il Natale? Eh boys? Boccia, quale idea? Ho paura delle tue idee, sai?»
«Beh... Prima schiodiamoci da qui e torniamo all'auto. Sarà un Natale... Beh, sarà Natale!»







Le luci di Milano, offuscate dai finestrini sporchi e appannati, si allungano distorte, evanescenti: brandelli di sogni in liquidazione, prenotati, già venduti. L'abitacolo rimbomba di bassi selvaggi e avvolgenti. Spadino con la mano libera dal volante, passa la bottiglia di champagne a Katiusha, che poi la allunga a Boccia: tutti bevono dal collo.

«Ma quanto l'hai pagato questo... Ruinart...Blanc De Blanc...?»

«Come?» risponde Boccia abbassando il volume dello stereo.

«Quanto costa lo champagne?» Katiusha indica la bottiglia che lui tiene ancora in mano.

«E che ne so, più di 50 Euro, sicuramente. L'ha dimenticato un cliente a negozio... Me l'ha pagato poi è corso via a rincorrere il mostriciattolo... Non è più tornato. Il mio capo non c'era, quindi ora è mio, e non si discute.»

«Il mostriciattolo? Barboncino o cosa?»

«Ma no, suo figlio. Un cucciolo di Sapiens.»

Spadino rutta con ostentazione.

«Allora, era questa la tua idea? Bersi lo Champagne che hai fregato?» gli domanda Katiusha facendo una buffa smorfia con il labbro dove ha il piercing.

Boccia non risponde ma si limita a prendere da sotto il sedile uno zainetto militare, agitandolo.

«Non è quello che penso, vero?»

«Siamo alla Barona, no? E allora si va al muro di via Cascina Bianca, dove Milano svanisce e l'oceano verde si riprende l'orizzonte. Si pittura il muro coi colori del tuo Dio. Ti va?»

«Oi! Ci prendiamo una denuncia il giorno di Natale!»

«A Natale gli sbirri non ci sono. Sono al calduccio a mangiare il panettun e a giocare a tombola»

«Si vabeh, come tutti.»

«Ma noi, no.»







Hanno parcheggiato l'auto sotto un palazzone, dove già il verde si prende una bella rivincita sul cemento, circondandolo, rendendolo quasi superfluo. Ma più avanti, come un ultimo baluardo innalzato a difendere la città dai demoni della notte, si erge il 'Blocco', una struttura labirintica di case popolari ammassate, quasi sovrapposte, bianche, grigie, color mattone. Eppure, oltre il basso muro che circonda le fondamenta, Milano termina, così, banalmente, e l'orizzonte si apre ad abbracciare le stelle. Campi incolti, appezzamenti coltivati, e verde, verde dappertutto, se solo ci fosse la luce del sole a illuminarlo.
Boccia e Spadino sono al lavoro con i loro spray in acrilico, a dipingere un piccolo spazio bianco sfuggito ai writers che hanno decorato il muro in lunghi anni di lavoro. Katiusha li osserva rabbrividendo al gelo di dicembre, con il capo nascosto nel cappuccio della felpa e la bocca prigioniera della sciarpa di lana che le spunta dalla giacca a vento. Alle sue spalle soffia dalla campagna una brezza sottile e gelida. Si sente ancora un po' triste mentre osserva le rare decorazioni natalizie che illuminano le facciate dei palazzoni sovrastanti il muro; l'altr'anno il Natale lo aveva passato con suo padre, nella loro casa, a guardare un dvd... Non un granché come Natale, ma ora che lui non c'è più, rivede quelle immagini scolpite nella memoria come illuminate da una luce calda e accogliente. Suo padre è morto meno di un mese fa' e lei forse sta per piangere... Anzi una lacrima le scende su una guancia; ma poi chissà se è una lacrima o è la brezza, che la fa' lacrimare col suo tocco gelido...

«Beh, ti piace?» le fa' Boccia interrompendo i suoi pensieri, mentre si sposta per farle vedere il graffito.

Lei si avvicina e prende in mano il suo cellulare, pigiando il tasto che lo trasforma in una piccola torcia. Sul muro c'è questo Cristo coi dread, la cuffia da dj che gli circonda il capo e una specie di aureola psichedelica che lo sovrasta; sta abbracciando da dietro una ragazza sorridente che in qualche modo le somiglia.

«Ma... quella lì sono io?»

«E chi se no?! Beh, ti ho fatta un po' più bella, che c'entra...» le risponde Spadino ghignando, «Cristo Dj invece l'ha fatto il signor Boccia qui presente.»

«Un manga, sarei una specie di manga storto» dice Katiusha mentre le guance le si riempiono sul serio di lacrime.
Ma poi invece scoppia a ridere, e mentre tenta di asciugarsi gli occhi, le risate la fanno sussultare, tanto che deve sedersi sull'erba coperta di brina a tenersi la pancia. Continua a ridere per un po' guardando quell'assurdo, meraviglioso, graffito folle. Poi si alza e li abbraccia, i suoi amiconi, i suoi ragazzi tossiconi e rompicazzi e quasi poeti.
Restano un po' così, in circolo, con le braccia che cingono le spalle, senza parlare, anche se ogni tanto a qualcuno di loro viene un po' da ridere. E comunque è piacevole starsene abbracciati e il venticello gelido è più sopportabile. Così all'inizio non si accorgono di quel suono, sembra un miagolio lontano, che a tratti giunge dalla campagna.
Spadino è il primo a sentirlo.

«Ragazzi, abbiamo un felino!»

«Dove?» Ah si, ora lo sento... Un miagolio... viene da dietro?»

«Viene dalla campagna, mi sa... Kathy, accendi la torcia sul tuo cellulare?»

Lo trovano una ventina di metri di distanza,ai bordi di un campo coltivato, così intirizzito che non riesce nemmeno più a camminare: un gattino di pochi giorni, col pelo sporco di terra e foglie secche.

«Lo portiamo in auto?»

«Troppo lontana, ha bisogno subito di calore, mettilo sotto alla giacca a vento, Cathy.»

«Più in là ho visto una cassetta di legno piena di riviste porno... e sulla strada un cassonetto della Caritas...»

«Ce la fai a prendere la cassetta e un paio di maglioni dalla Caritas? Lo facciamo stare un po' al caldo, magari la madre è qui vicino» gli dice Boccia, guardandolo.

Spadino torna dopo pochi minuti, carico di maglioni e con la cassetta di legno svuotata sulla spalla. Sorride.

«Due preservativi usati c'ho trovato!»

«Ah che culo! Il cassonetto almeno era aperto?»

«Scherzi? Ho dovuto spaccare il chiavistello...»

In breve lo sistemano sotto il muretto, all'interno della cassetta di legno dove Boccia ha sistemato un maglione; un altro lo mettono sopra al gattino, dopo che Katiusha l'ha tirato fuori dalla sua giacca a vento e lo ha adagiato lì sopra.

«Beh, come lo chiamiamo?» chiede Spadino.

«Pisciolo!» risponde Katiusha, facendo una smorfia.

«Non dirmi che...»

«L'ha fatta, l'ha fatta!»

«L'ha fatta... mentre stava al riparo, dentro la tua giacca a vento?» e non aspetta nemmeno che lei risponda ma scoppia a ridere. Ridono tutti e tre, ridono a lungo.

Pisciolo sembra guardarli interdetto. Eppure da l'impressione di stare già meglio; trema ancora, ma ora sembra più vispo e ha smesso di miagolare.
Per un po' lo osservano in silenzio. Poi Boccia gli si siede accanto, con la schiena appoggiata sul muro e tira fuori il tabacco con le cartine e l'erba residua. Ben presto lo imitano, sedendosi vicino a lui.

«Sapete che penso, ragazzi? Che se avessi potuto esprimere un desiderio e avessi scelto proprio quello di passare un bellissimo Natale, non avrei potuto immaginarne uno migliore.»

«Idem» dice Spadino annuendo.

«Quindi non sei più arrabbiata con me?» chiede Boccia girandosi verso di lei.

«Ma dai, scemo! Era pieno di Neanderthaliani lì e troppi, troppi, Erectus!»

«Ehi, guardate...» dice Spadino indicando un punto del cielo alla loro destra.

Una scia luminosa nel cielo che d'improvviso si accende di luce giallastra, rivelando una piccola forma ovale, come una meteora che a contatto con l'atmosfera terrestre si fosse incendiata.

«Guarda, si vede ancora la scia...»

«Una meteora? Era enorme, e come era lenta a scendere!»

Per un po' osservano quella porzione del firmamento che è stato acceso, un breve momento, da una stella che cadeva.
«Forse dentro di me, l'avevo già espresso il mio desiderio... Il desiderio si è realizzato e poi la stella cadente è venuta giù, tutto al contrario... e ancora più magico.» sussurra appena Katiusha, rabbrividendo.
Boccia la guarda, pensieroso, facendo un tiro dal suo joint; sta per dire qualcosa, ma poi rimane in silenzio, a guardare ancora il cielo scuro, dove il mare di stelle che li sovrasta, decora il loro Natale con meravigliosi addobbi scintillanti.

domenica 18 marzo 2012

La ragazza che ballava solo il rock

La Ragazza Che Ballava Solo il Rock 
                                                           


                

Elena si sveglia ogni mattina alle sette e venticinque e come prima cosa si infila gli auricolari del suo lettore mp3 color fucsia. Si veste ascoltando surf rock, garage, rock psichedelico, indie, post rock. Quando scende a far colazione spesso sua madre la guarda senza dire niente, a volte le urla qualcosa che si perde tra la musica e il pianto di suo fratello. Suo fratello ha 5 anni, piange quasi sempre. Suo padre non c'è mai e quando c'è si siede in poltrona e fissa un punto del muro, sempre lo stesso. Una volta l'ha anche visto piangere, ma in silenzio, le lacrime  gli scendevano sulle guance e poi sul mento e lui le lasciava scendere senza asciugarle. Elena ogni mattina beve il suo caffellatte e quando sua madre non vede o ha finito di urlare, fa scivolare la sua fetta di pane con la marmellata sotto il tavolino e la mette in una busta di plastica. Uscendo getta tutto nel contenitore dei rifiuti vetrosi. Quando arriva a scuola si siede al suo posto all'ultimo banco, accanto a quello di Piero, che la saluta ogni volta con un cenno del capo. Piero è arrivato secondo nella classifica dei più sfigati della IV D. Una specie di sondaggio realizzato su un lercio foglio a quadretti che passava di banco in banco. Ogni ragazza poteva dare un massimo di tre voti ai ragazzi che giudicava più sfigati. Elena non ha votato. A lei  Piero è simpatico: parla poco, non la guarda mai fisso e le passa i compiti di matematica e di fisica. E le poche volte che Elena ha fame, divide con lei il suo panino al salame o la sua pizza alle patate. Questa mattina Piero è insolitamente loquace. Mentre la professoressa di Italiano sta spiegando il movimento letterario della Scapigliatura, lui si allunga verso di lei e le fa vedere qualcosa sotto al banco. Poi le dice “È per stasera.”
Cosa è per stasera Elena lo capisce solo alla fine della prima ora: un concerto. Suonano i “No Man's land” all'Island.
“Non male” è l'unico commento di Elena.
“Ti passo a prendere alle dieci?”
Elena fa cenno di sì col capo, guarda la professoressa che continua  a parlare con il libro di testo aperto davanti a sé, e con un movimento ormai acquisito, china un poco la testa e si infila  gli auricolari nelle orecchie.


Sono le dieci e dieci, sua madre ha appena finito di rovesciare la vaschetta con il riso cantonese nella pattumiera. Solo lei e suo fratello ne hanno mangiato qualche cucchiaio. Elena odia tutto quanto è cinese. Mangerà un hot dog al chioschetto davanti al locale. Un hot dog con una montagna di senape. Quando sente il suono del messaggio in arrivo, nemmeno tira fuori il cellulare dai jeans per leggerlo, ma alza un braccio e dice “Io esco.”
“Dove cazzo vai a quest'ora” le grida la madre, ma la porta si chiude e Elena è libera di sentire l'aria fredda che le accarezza il viso e le ghiaccia le mani. 
“Non ho un altro casco” le dice Piero da sopra il suo scooter nero.
Elena alza le spalle, si arrampica sul sellino, si sistema sulla punta e dice “Andiamo?”
Luci lattiginose che appaiono e svaniscono, rumori di auto che  sorpassano, aria fredda che si insinua dappertutto. Dieci minuti dopo sono davanti all'Island; una ventina di ragazzi sta facendo la fila per entrare. Le luci al neon dell'insegna luminosa li pittura parzialmente di un colore azzurro morente. Elena attraversa la strada e raggiunge il chioschetto delle birre e dei panini.
“Con tanta senape” dice al vecchio pachistano che le sta preparando l'hot dog. Piero finisce di incatenare la scocca dello scooter al palo del cartello e la raggiunge.
“Vuoi?” le fa Elena porgendogli il panino.
Piero le fa cenno di no e si mette a guardare le bottiglie di birra che sono esposte nella vetrina del chioschetto. Ha le mani in tasca e sente freddo. Sente anche una strana felicità piena di orgoglio che lo invade completamente.



È quasi mezzanotte, il dj sta sfumando l'ultimo pezzo e il gruppo è già da dieci minuti che si muove sul palco. Il front man si avvicina al microfono, si toglie la giacca in pelle che lancia verso il batterista. Picchietta il microfono per qualche secondo, poi dice con voce profonda “Benvenuti” e poi “noi siamo i No Man's Land.” Appena il batterista inizia a picchiare le bacchette sulla batteria e le note pulite del basso e i riff distorti della chitarra accompagnano le prime parole in inglese, Elena inizia a pestare con i piedi e a muoversi ondeggiando. Si fa largo tra la gente che assiste al concerto e raggiunge il palco. Da sotto il palco inizia a seguire il ritmo selvaggio che le nasce dentro e che è così sorprendentemente simile a quello che sente in questo momento. Oscilla le braccia, si muove lateralmente e i suoi occhi riflettono scintille. Sente la musica dai pori della pelle, si lascia avvolgere. Anticipa i cambiamenti di ritmo come conoscesse da sempre quella musica. I suoi scarponcini affondano nel pavimento, i suoi movimenti sono feroci e sensuali. Con le spalle piegate che improvvisamente si raddrizzano. Con le ginocchia che si piegano e assecondano il bacino. Balla furibonda. Balla armoniosa. Balla come nessuno balla. Piero la guarda da un angolo; si sente leggero e un poco timoroso. Altri maschi la guardano ammirati e complici. Anche il cantante sul palco la guarda e ora sembra che si chini verso di lei e canti solo per lei.
Secondi lunghi come minuti, poi un’ora, poi è già tempo del primo bis. Il secondo bis è una cover degli Smiths, dolce e stralunata. E la voce del cantante che ringrazia. Il concerto finisce all'improvviso e una melodia incongrua lo rimpiazza banalmente.
Elena sente di nuovo battere il suo cuore mentre con la manica della sua camicia si asciuga il sudore dal volto. Vede quel ragazzo che le si avvicina e pensa che tra poco le rivolgerà la parola.
“Balli bene.” le dice.
“Conosci il gruppo?” le chiede guardandola negli occhi.
“Sembrava che il cantante ti guardasse...”
“Ti va di bere qualcosa ?”


Piero si avvicina all'uscita perché non sa dove andare. La pista ora è piena di gente che parla e fuma e beve, muovendosi stancamente al ritmo di un cupo blues. Ha salutato un paio di compagni di scuola che rivedrà domattina. Si è attardato a vedere qualche maglietta su cui sono stampati i nomi di gruppi troppo famosi e ha comperato una spilletta che non gli piace e che non metterà mai. Ogni tanto getta uno sguardo veloce verso il bar dove c'è Elena e quel tipo coi capelli lunghi e i jeans tagliati. Avrà almeno vent'anni, magari ventidue, e una Golf che lo aspetta al parcheggio. Forse se ne dovrebbe andare. Forse tra un po' se ne andrà. Prima che Elena gli passi vicino e uscendo gli dica “Ci vediamo domani .”  Con il tipo che lo guarda distrattamente e distrattamente sfiora la spalla di Elena. Non sa cosa fare, così tira fuori il cellulare e guarda l'ora. Manda un messaggio a un suo amico anche se sa che lo leggerà solo domattina. Si avvicina al palco e fa finta di osservare il basso poggiato a terra. Si mette a guardare due ragazzi ubriachi che si spintonano allegramente. E' quasi pronto ad andare ora, quando sente qualcuno che lo tocca a un braccio. Si gira e si trova davanti Elena. Ha i capelli un poco spettinati e la fronte aggrottata. Gli dice qualcosa che lui non capisce.
“Cosa?”
“Ti va di tornare?” e poi “Ti scoccia se prima mi fermo un attimo al chioschetto? Ho di nuovo fame.” e “Sai quel sondaggio scemo che hanno fatto in classe? Io non ho votato.”   






(Photo  By  Evas  Welt)