mercoledì 6 giugno 2018

L'Ombra di Lyamnay - segnalazione




Vi segnalo un nuovo interessante romanzo di SF pubblicato all'interno della collana  Il piacere di scrivere a cura della casa editrice PubMe Gold.



Titolo: L'Ombra di Lyamnay
Autore: Annarita Faggioni
Editore: PubMe Gold - Il Piacere di Scrivere Collana
Pagine: 216
Data d’uscita: 20 ottobre 2017
Prezzo: 12 Euro (cartaceo)
ISBN:CARTACEO 978-8871635286
Link di vendita: Amazon
Leggiamo la sinossi:

Dopo la catastrofe, è tempo di pensare al domani. Così, il popolo di Kija ha deciso che, dopo i cambiamenti climatici scatenati dal cambiamento dell'angolo dell'asse terrestre, si creasse una squadra di esperti, in grado di fornire soluzioni per salvare l'umanità. Tra questi, uno dei progetti più promettenti è "Skylhope", la città rifugio a clima controllato ideata dal dottor Reckon. qualcosa, però, non va nel progetto e Reckon si ritrova 20 anni nel futuro a città realizzata.

La felicità dell'umanità, anzi, la sopravvivenza, ha creato una situazione di stallo, dalla quale è impossibile sfuggire. La popolazione vive prigioniera delle proprie convinzioni e di una lingua che non lascia la possibilità di dare sfumature di significato. La vita è scandita in 30 anni, con tappe ferocemente dettate dall'alto.

Riuscirà il dottor Reckon a trovare la quadra, tornare nel suo tempo e cambiare le cose?

Ecco di seguito un breve estratto:


"“Clack” esplose la trappola nel collo di Reckon, mentre l'ombra dal nulla ridacchiava, convinta che da dove lo aveva scaraventato non sarebbe più riuscito a ricomporsi. Anche se il viaggio era stato troppo breve per capire chiaramente cosa stava succedendo, ora la trappola era innescata e la partita poteva dirsi conclusa. Tutto sarebbe tornato come prima, l'Enayon poteva sciogliersi: anche il suo compito poteva dirsi definitivamente eliminato. Il ghigno illuminò l'antro del compartimento stagno ancora per qualche secondo, poi si unì all'oscurità circostante.

Aprì di scatto gli occhi, come se avesse percorso uno spazio superiore al previsto. Tuttavia, non si scompose per dare al resto della sala l'impressione che nulla fosse accaduto. L'ultima cosa da fare (per non alterare più di tanto il parallelo dove si trovava) era mostrare qualsiasi debolezza. Soprattutto ora, dato che il calendario delle stagioni non aveva più senso. Non riusciva a riconoscere il parallelo dove si trovava e non era in grado di leggere nella mente dei numerosi presenti. Troppi? No, alla fine potevano esserci venticinque individui al massimo e John si era allenato negli anni in modo da riconoscere i fili conduttori di almeno 56 individui nel raggio del suo campo visivo.

Un simpatico giochino per distrarsi da troppe ore passate a veder scorrere la vita altrui dallo schermo a cristalli di sintesi: ora tornava utile, anzi vitale. A ostacolare la sua sete di conoscenza ci pensava lo stanzone dove si trovava. Solo qualche crepa qua e là, senza alcun riferimento né al secolo, né all'anno. Perché stavolta (John era certo di questo), non era andato avanti fino allo stesso giorno del mese successivo, come avviene solitamente: stavolta poteva essere secoli avanti, con tutti i rischi del caso per le particelle che lo costituivano.

La genetista che lo osservava dal suo compartimento stagno, a distanza, restò in attesa davanti allo schermo che la collegava al mondo segreto di Reckon, incuriosita dalla mano che intendeva giocarsi, non potendo bluffare."



Infine leggiamo cosa l'autrice dice del suo libro:




I cambiamenti climatici per me sono stati un terreno fertile per riflettere e far riflettere sulle cose scontate di tutti i giorni. Per questo, ho voluto che in questo libro avesse anche il parere di un vero climatologo. La fantasia può superare la realtà, ma anche raccontarla. A suo modo.

domenica 1 aprile 2018

Recensione: "Sherlock Holmes e il mistero della Vergine"

Questa settimana ci occupiamo di un altro ebook autopubblicato: "Sherlock Holmes e il mistero della Vergine" evidentemente un omaggio all'investigatore più famoso al mondo. L'autrice si firma con uno pseudonimo, Xenia Kenakis, troverete una sua breve presentazione alla fine del post. Iniziamo a dire che questo racconto lungo ha una veste grafica accattivante, è ben curato, e totalmente privo di errori e refusi, segno che l'autrice ha riletto più volte il suo scritto correggendolo, ragionandoci sopra e magari avvalendosi del parere di lettori e beta reader. A dimostrazione, se ancora qualcuno non ne fosse pienamente convinto, che il selfpublishing ormai ha raggiunto un livello qualitativo paragonabile a quello dell'editoria, digitale o cartacea, almeno in certi generi letterari.

Sherlock Holmes e il mistero della Vergine è un racconto ricco di eventi, di colpi di scena, di trovate letterarie. L'autrice ha scelto l'indicativo presente in prima persona per raccontare la vicenda, una scelta coraggiosa. Eccone un esempio:


 Io e Don Raffaele andiamo là dove si radunano i cocchieri, i cavalli e le carrozze. La notte è così scura che quasi rischiamo di cadere in un avvallamento del terreno. Uno spicchio di luna rischiara a malapena la strada sterrata. Il muso di un cavallo proietta un'ombra inquietante.


 


Altro punto di forza di questo racconto sono i dialoghi, spesso carenti o poco naturali negli scritti di autori che pure riescono a costruire trame interessanti e originali. Bene in questo caso ci troviamo di fronte a dialoghi serrati, nient'affatto banali, a tratti brillanti. 

Come in ogni giallo che si rispetti, gli indizi sono ben celati e la vicenda procede senza svelarsi prematuramente. 

In un finale inatteso ci troveremo addirittura alle prese con un pizzico d'eros e con uno Sherlock Holmes innamorato! Non svelerò chi sia la donna capace di risvegliare la passione del sopraffino investigatore ma la vicenda amorosa non stona affatto ed è l'unica licenza poetica che Xenia Kenakis si concede rispetto al personaggio di  Sir Arthur Conan Doyle, notoriamente poco attento al gentil sesso. Ma non si preoccupino gli ammiratori e i conoscitori dei romanzi Sherlockiani: il personaggio è ricostruito fedelmente, passione per il violino e per la cocaina comprese.

Sherlock Holmes e il mistero della Vergine è più di un omaggio al detective di Sir Arthur Conan Doyle; è un racconto scritto con personalità e con uno stile moderno e immediato. 

Lo potete trovare su Amazon: qui

 Xenia Kenakis è il nome d'arte di Paola Musticchio (Arezzo, Italia 1966). Ha scritto soprattutto nella sua giovinezza, ma ama pubblicare adesso, durante la sua età matura.
A lei piacciono alcuni generi artistici: dramma, fantasy, fantascienza, thriller e rosa, ma non ha problemi a mescolarli insieme per creare nuove gustose miscele.
Ha scritto poesie quando era adolescente e poi racconti brevi, racconti lunghi e un romanzo.
Ha partecipato a concorsi letterari ricevendo buoni riconoscimenti.

La sua pagina di autrice la trovate qui

giovedì 8 marzo 2018

8 Marzo: chiamatemi strega.



Non importa chi sono. Non importa come mi chiamo. Potete chiamarmi Strega. Perché tanto la mia natura è quella. Da sempre, dal primo vagito, dal primo respiro di vita, dal primo calcio che ho tirato al mondo. Sono una di quelle donne che hanno il fuoco nell’anima, sono una di quelle donne che hanno la vista e l’udito di un gatto, sono una di quelle donne che parlano con gli alberi e le formiche, sono una di quelle donne che hanno il cervello di Ipazia, di Artemisia, di Madame Curie. E sono bella!




 Ho la bellezza della luce, ho la bellezza dell’armonia, ho la bellezza del mare in tempesta, ho la bellezza di una tigre, ho la bellezza dei girasoli, della lavanda e pure dell’erba gramigna! Per cui sono Strega. Sono Strega perché sono diversa, sono unica, sono un’altra, sono me stessa, sono fuori dalle righe, sono fuori dagli schemi, sono a-normale… sono io! Sono Strega perché sono fiera del mio essere animale-donna-zingara-artista e … folle ingegnere della mia vita.Sono Strega perché so usare la testa, perché dico sempre ciò che penso, perché non ho paura della parola pericolosa e pruriginosa, della parola potente e possente. Sono Strega perché spesso dò fastidio alle Sante Inquisizioni di questo strano millennio, di questo Medioevo di tribunali mediatici e apatici. Sono Strega perché i roghi esistono ancora e io – prima o poi – potrei finirci dentro.


(Un bellissimo Monologo di Barbara Giorgi scritto per Franca Rame)
Fonte: http://www.iltempiodisophialuna.it

giovedì 1 marzo 2018

Ricorda con rabbia






(Racconto che ha partecipato al 6 Nazioni letterario per ATE. Altri racconti qui)









Riconosce subito il Dinefwr Castle e il suo cuore lo incoraggia con un doppio battito che sembra la serpentina di un pattinatore sul ghiaccio: un’extrasistole celebra il ritorno nel luogo della sua giovinezza. Ferma il suv sul lato della strada e si concede una pausa. Inquadra il castello col suo Galaxy S8, fa per scattare una foto poi cambia idea. Quanti anni sono passati? Era il loro regno. La cornice ideale per le battaglie, per gli scontri furiosi. Qualche anno dopo per i loro giochi crudeli. Più di una cicatrice, visibile o invisibile, può certificare il suo diritto a essere lì. Sì, lui c’è. Suo fratello? In ritardo, o chissà dove. Sente nascere una rabbia sorda che si alimenta del suo malumore. Prende di nuovo in mano il telefono, compone il numero: ascolta con crescente irritazione i segnali di linea libera fino a ché non si inserisce la voce registrata della segreteria telefonica. Allora lancia lo smartphone sul sedile, mette in moto e si prepara a entrare a Llandeilo, la piccola città dove è nato cinquantasei anni prima.

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Lo trova nel pub, mezzo addormentato davanti una pinta di birra, nell’angolo più freddo del locale. Scruta guardingo gli avventori. Non sembrano riconoscerlo ma lo stanno guardando. Tutti. Lui invece identifica un paio di visi, gente della sua età. Potrebbe ricordarne persino i nomi se si concentrasse, se riuscisse a non sentire su di sé quegli sguardi vuoti, inespressivi e vagamente ostili. Nessuno parla, il silenzio cala come una coltre funebre. Pochi attimi e si girano, con indolenza ricominciano a discutere tra loro. Mervin si avvicina al tavolo vicino alla finestra, dopo un momento d’esitazione si siede al suo fianco. Finge un colpo di tosse. Ne finge un altro. Finalmente si decide ad afferrargli un braccio, lo scuote.

«Chi diavolo rompe le palle?» Gira il viso verso di lui, lo riconosce. Sembra deluso.

«Sei tu.»

Fa per rimettersi a dormire ma Mervin lo precede e lo tiene per una spalla.

«Che accoglienza commovente! Ci dovevamo vedere al castello, ricordi? Un’ora fa.»
Llyr si stropiccia gli occhi, poi fa un sorso della sua birra. Bestemmia. È calda, definitivamente calda. Si alza, barcolla appena, si dirige verso il bancone. Poco dopo torna con una pinta appena spillata che trabocca. Si volta lentamente verso il fratello.

«Cazzo sei venuto a fare?» chiede con un ghigno che gli deforma la bocca.
Mervin si fruga in tasca, afferra il portafoglio, lo apre, estrae due biglietti che con gesto plateale deposita sul tavolo.

«Domani si va a Dublino. Ci vediamo Irlanda Galles di rugby insieme. Che ne dici? Dai, ti porto via da questa merda di paese… Che diavolo ci fai ancora qui?! Perché ci dev’essere un motivo per cui tu non vuoi schiodare il tuo sederino da Llandeilo.»


Llyr si lascia andare a un largo sorriso mentre sembra osservare il soffitto con particolare interesse, poi scatta fulmineo afferrandogli una fezza di capelli, fingendo di voler spingere giù la sua testa, farla sbattere con violenza contro il tavolo.

«Sei tu rotto in culo che se n’è andato a Dublino a fare il fighetto» gli sibila invece a un orecchio. Cessa di tenerlo per i capelli e prende ad accarezzarli quasi con dolcezza.

«Sei tu che più di trentacinque anni fa mi hai lasciato col nostro vecchio che tirava le cuoia mentre ma’ non riusciva ad alzarsi dal letto e vomitava gin e sangue. Te ne sei fregato di noi, delle tue cazzo di radici, della miniera dove papà aveva lasciato poco a poco pezzi di vita e che alla fine quelli come te hanno chiuso: sei scappato come un coniglio lasciandomi in questo buco a vedere lui che marciva. Pensi possa dimenticarlo, anche solo per un momento?»


Continua a parlargli ma si è scostato da lui e ha smesso di accarezzargli i capelli. La sua voce non è più un sussurro, piuttosto assomiglia una cascata che rimbomba.

«Coi tuoi completi di sartoria e le scarpe italiane sei un pesce fuor d’acqua qui: inizi pure a puzzare. Ficcatelo in testa, fratellone!»


Nessuno dentro al pub li guarda direttamente. Eppure non possono non aver sentito. Continuano a parlare, solo a voce più bassa. Poi… dal nulla qualcuno inizia a cantare. Presto diventa un coro, dapprima sommesso, poi sempre più deciso, sicuro. Si uniscono quasi tutti. Cantano in gaelico; un canto di cui ha un vago ricordo che comunque non vuole a nessun costo riesumare. Ora lo guardano.
Qualcuno di quei bastardi deve averlo riconosciuto, alla fine.

                                                                 
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Ha ingoiato il rospo. Ha fatto una serie di respiri profondi come gli ha consigliato il terapeuta e si è rifugiato in bagno. Si è attaccato al rubinetto del lavabo facendosi scivolare in bocca due pastiglie di Xanax. Il panico è indietreggiato, l’attacco si è fatto più blando, è quasi svanito. Ora fissa la sua immagine allo specchio: riesce a stento a riconoscersi. Ha il viso contratto, gli angoli degli occhi frastagliati da piccoli solchi, il bianco della sclera è invaso da capillari gonfi di sangue e di stanchezza. Non ha dormito che un paio d’ore, ha passato la notte a guidare e a guardare le stelle dal ponte del traghetto e a ricordare com’era. Cosa voleva dire nascere, crescere in questo buco. Ecco ora di nuovo lo sa. Senza che i ricordi edulcorati dal tempo lo possano ingannare, libero dalle suggestioni della sua adolescenza e della prima giovinezza. Si è ripreso completamente. Adesso è pronto. Esce dal bagno, cammina lentamente verso il tavolo dove accanto al fratello si sono seduti un paio di uomini. Gli sembra vagamente di riconoscerli, invecchiati, appesantiti… ma non importa: sono fantasmi fuoriusciti direttamente da un buco temporale che non lo interessa più. Perciò lascia scivolare le braccia foderate dall’ottima stoffa del suo completo di sartoria fino a ché le mani si impossessano del bordo del tavolo. Guarda Llyr, ignorando i volti beffardi dei suoi amici.

«Voglio vedere il casolare di nostro padre. Sono vent’anni che non ci metto piede. Il vecchio l’ha lasciato a entrambi. Accompagnami. Siamo di strada; poi, se ci va, andremo a Dublino.»

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La notte li protegge. I fari del suv illuminano la strada che si ritrae, indietreggia, li accoglie benevola. L’abitacolo è invaso dalla musica degli Stereophonics. Nessuno di loro ha detto una parola da quando hanno lasciato Llandeilo. Mervin guida sicuro, anche se la stanchezza lo sta a poco a poco sommergendo. Ha smesso di lanciare occhiate al fratello e di rifiutare le lattine di birra che gli offre con evidente sadico piacere. È praticamente astemio e lui lo sa bene.

«Ferma questa specie di falso suv… Fermati!» gli grida d’improvviso.

Accosta veloce appena vede una piazzola pensando che Llyr abbia bisogno di rigettare. Abbassa lo stereo e attende col motore acceso suo fratello che invece sta pisciando poco più in là. Quando ha finito si avvicina di nuovo al fuoristrada ma dalla parte del guidatore. Apre lo sportello: «Forza, fammi guidare questo cazzo di fuoristrada fasullo. Sullo sterrato si cagherebbe addosso. Ma sull’asfalto va decentemente. Dai fratellone, muovi il culo.»

«Sei ubriaco Llyr…»


«E allora? Hai paura che mi fotta la patente?»

Ride suo fratello mentre prende il suo posto e manovra il cambio. Parte bene, poi sulla curva successiva sbanda un poco verso il centro della carreggiata.

«Llyr…»


«Muto! E cambia musica, Cristo! Gli Stereophonic hanno azzeccato un solo album, il primo; poi hanno finito la benzina, si sono dati alle ballate e nessuno ne ha scritte di più noiose delle loro. Hanno suonato la musica più ordinaria della storia! Ce l’hai l’album dei Reptile Ranch? Post punk anni ottanta della scena di Cardiff, liscio, potente, onesto?!»


«Non li conosco nemmeno…»


Llyn si lascia sfuggire una bestemmia e accelera verso la notte. Le stelle, piccoli addobbi appiccicati alla volta celeste, brillano tenaci decorandola per loro.

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Sono giunti al casale; visto da fuori, alla debole luce della luna che nel frattempo è sorta, imbiancando di luce le cime dei monti, appare disfatto, cadente.


«Llyr, non possiamo fermarci molto… Ho prenotato il traghetto da Holyhead, parte alle 02.30. Arrivo a Dublino tre ore dopo.»


Suo fratello non risponde. Sta cercando qualcosa nelle tasche dei jeans. Trova le chiavi, le alza facendole tintinnare e si dirige barcollando verso l’ingresso della costruzione, trascinandosi dietro la busta di plastica con le ultime lattine di birra. Mervin lo segue a pochi passi di distanza. Dentro li accoglie un odore penetrante di chiuso e di muffa.

«Ti ricordi che diceva pa’?»


Marvin si allenta la cravatta e cerca d’individuare dove sia il fratello. L’umidità che cola dalle pareti lo ha fatto starnutire un paio di volte.


«No Llyr, cosa?»


Deve attendere qualche minuto prima che Marvin termini di spostare un pesante ciocco di legno verso il grande camino e lo circondi di sterpi e rami secchi. L’umidità che ha impregnato la legna rende difficile l’accensione del fuoco che però d’improvviso divampa. Per qualche secondo entrambi fissano le fiamme risucchiate dalla cappa che danzano davanti a loro.


«Cosa diceva? La verità: che gli inglesi e gli irlandesi ci hanno fottuto. Hanno colonizzato il sud facendo sparire tutto quello che gli ricordava la nostra cultura tradizionale. Lui nemmeno considerava Cardiff e il sud come il vero Galles! Già ai suoi tempi nessuno a est di Swansea parlava più in gallese. E come le avevano ridotte le nostre belle valli? Seppellite quasi completamente da montagne di residui, nere di carbone; le chiamavano Slag heap!»


«Llyr, io non sono diventato irlandese solo perché vivo a Dublino! Ficcatelo in quella testa di mulo!» gli risponde gridando.

                                                                 


Indubbiamente il calore del fuoco e i giochi di prestigio delle fiamme poco a poco hanno alleggerito l’atmosfera opprimente. Mervin si è lasciato convincere a fare un sorso di Butty Bach e ricorda di aver pensato, mentre beveva, che la birra, più di tutti gli altri alcolici che conosce, ha un sapore orribile. Tuttavia ha continuato a berne, piccoli sorsi, anche se presto si è riscaldata. Ora ha tre o quattro lattine vuote al suo fianco, la testa leggera, strani pensieri che fluttuano senza controllo.
Llyn è silenzioso da parecchio tempo. Un paio di volte si è alzato ed è uscito. Per pisciare probabilmente. La terza volta rientra rabbrividendo e si ferma alle spalle del fratello.


«Fratellone, il tuo fottuto traghetto starà partendo ora.»


«Già.»


«Marvin dimmi una cosa: perché hai voluto vedere il casolare?»


Lui allunga la mano per afferrare una lattina, per scuoterla, per bere un ultimo sorso. Il fuoco sta lentamente morendo, la brace sembra ribollire. Fa un gesto vago con il braccio prima di rispondere.


«Volevo proporti una cosa.»


«E quindi?»


Non vede la sua espressione. Llyn è alle sue spalle, ancora in piedi.


«Facciamone qualcosa, prima che cada a pezzi.»


Lo sente sospirare.


«Era il sogno di papà. Ci ha messo una vita per costruirla. C’è morto per tirarla su.»


«Lo so. Ma guarda il tetto: altri cinque o sei anni e crollerà. Che senso ha lasciarla andare così?»


«Vuoi farne un albergo?»


«Un resort. La posizione è ideale. Pochi chilometri è inizia il parco nazionale di Brecon Beacons. Però qui non abbiamo nessun vincolo da rispettare. I soldi per ristrutturare li metto io. Tu entri in società. Al 50%».

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Llyn è sceso nelle cantine. Un paio di minuti ed è risalito con una bottiglia di Penderyn e un paio di bicchieri. Versa l’whisky, porge uno dei bicchieri al fratello e si siede al suo fianco. Per un po’ restano a osservare la brace che si spegne.

«Era dura per te, vero?»


Marvin scuote la testa. In qualche modo si aspettava questa domanda.


«Non puoi nemmeno immaginare quanto.»


«Io non ti ho difeso.»


«Nemmeno una volta. Hai lasciato che mi massacrassero. Non potevi avere un fratello frocio. Un invertito. Ci morivi dalla vergogna.»


«Era difficile per me. E comunque te ne sei andato e mi hai lasciato in mezzo alla…»


«Me ne sono andato e basta!»


«Eri il primogenito. Dovevi rimanere.»


«Mi avevano massacrato per due anni! E ora che il vecchio stava morendo cosa avrebbero fatto? Avrebbero smesso di picchiarmi? Avrei letto nei loro occhi qualcosa di vagamente simile alla pietà? Sarei stato tollerato, compatito, commiserato? No grazie. Mi dispiace, ti ho lasciato da solo ad affrontare tutto ma non potevo fare altro.»

                                                                        
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Si sente spossato. Non è abituato a bere. Inoltre l’alcool sta interagendo in modo inaspettato con l’ansiolitico disorientandolo. Quando per un attimo chiude le palpebre, la mente piomba in una specie di dormiveglia e figure e colori prendono a fluttuare come negli attimi che precedono il sonno. Con uno sforzo che gli sembra sovrumano riesce a riaprire gli occhi: si trova davanti quelli del fratello che lo scrutano beffardi.


«Perché sei qui realmente? Per comprare il mio perdono?»


Fa fatica a rispondere. Non vuole più combattere, non sogna che l’oblio.


«Llyn, non sai niente di me, degli ultimi anni. Mi hanno buttato fuori dalla società che avevo creato. Cacciato via in una settimana. Ho continui attacchi di panico. Da sei mesi vado da uno strizzacervelli che mi imbottisce di psicofarmaci. La notte non dormo, ho incubi continui. A Dublino non ho quasi più amici e la minima voglia di fare sesso né tanto meno avere una relazione con qualcuno. Sono alla frutta. L’unica cosa che ho sono i soldi. Mi hanno licenziato con una buonuscita principesca: mi hanno comprato. Voglio mollare tutto. Voglio investire parte dei soldi qui. Insieme a te se ci starai.»


Il viso di suo fratello si fa serio. Sembra riflettere. Poi gli prende delicatamente il bicchiere ancora mezzo pieno di whisky che gli sta scivolando dalla mano e lo poggia sul pavimento.


«Marvin, facciamo così: ora recuperiamo qualche ora di sonno. Tu stai crollando e io ho bevuto l’impossibile. Domani ci sentiamo la partita per radio e decidiamo. Anzi facciamo decidere agli dei del rugby. Che ne pensi?»


«Ma che dici?»


«Vince l’Irlanda? OK maledetto bastardo, facciamo come vuoi tu. Vincono i dragoni? Eh, allora temo che dovrai lasciarmi il tuo suv. Mi servirà per caricarci tutto quello che mi occorre per riparare il tetto, intonacare di nuovo i muri, rimettere a posto il piano superiore. Se ti va potrai aiutarmi. E niente resort: la casa di nostro padre rimane così com’è. Per noi. Che ne dici?»

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Sta filtrando della luce. Sente dei rumori lontani, una voce febbrile che arriva smorzata. Un odore forte e conosciuto. Apre gli occhi e si trova davanti una tazza di caffè ancora fumante. È avvolto da un paio di coperte militari che puzzano di muffa. Afferra la tazza che gli riscalda le mani e si gira verso la fonte dei rumori e della voce che continua ad affannarsi nel raccontare qualcosa.
Suo fratello è seduto con i gomiti appoggiati su un grosso tavolino di legno; sembra assorto. Davanti a lui un vecchio radio-registratore diffonde la radiocronaca della partita.
Marvin fa il primo sorso di caffè completamente privo di zucchero e rabbrividisce.


«Chi sta vincendo» chiede disinvolto.




lunedì 19 febbraio 2018

Una nuova presentazione: AKELION - Il ragazzo del pianeta Ombra

Proseguiamo con la segnalazione delle uscite più interessanti nell'ambito del self publishing. Quest'oggi viriamo verso il fantastico, con un romanzo che mescola in modo interessante sci fi, fantasy,  investigazione, mistero. Autrice di AKELION è Lileas Masoero. Vediamo la scheda del libro e di seguito la sinossi.


TITOLO: "AKELION - Il ragazzo del pianeta Ombra"    
AUTRICE: Lileas Masoero
GENERE: Narrativa / Fantasy
PUBBLICATO IN DATA: 29/11/2017 
DISTRIBUZIONE: Amazon (Kindle)   e Mondadori (Kobo)  




Costretto all'esilio sulla Terra dal suo stesso padre, Akelion si ritroverà ad affrontare una moltitudine di difficoltà.

Dall'imparare al cavarsela da solo in una terra straniera, al doversi difendere da misteriosi sicari che sembrano intenzionati a volere la sua morte ad ogni costo.

Una delle poche certezze di Akelion è che nella vita non ci si può mai fidare di nessuno e che l'amicizia vera, in realtà non esiste affatto. Soprattutto con i terrestri, popolo che lui da sempre disprezza apertamente.

Un vecchio castello ristrutturato in mezzo alla campagna inglese, ora trasformato in un ricco collegio dove avvengono morti inspiegabili.

Un ragazzo che non è chi dice di essere e una ragazza con la passione per l'investigazione, l'unica che riuscirà a trovare, oltre una traccia per risolvere i casi degli omicidi, anche uno spiraglio per entrare nel cuore del suo misterioso compagno di studi, il quale arriverà a comprendere che forse, la vera amicizia esiste davvero.

Un Commissario che forse, sa più cose di quante voglia far intendere.
Un'antica Organizzazione che, nell'ombra, difende la razza umana da efferati assassini che di umano hanno ben poco.

Tra omicidi, indagini, alieni, gatti parlanti, maghi e organizzazioni segrete riuscirà l'amicizia, nata tra i due ragazzi, a superare le barriere che dividono i loro due mondi?





Un breve estratto: 

“Quello che intendevo dire, era solo che per accettare queste tue teorie, bisognerebbe dare per scontato che esistano gli alieni o comunque persone non esattamente classificabili come umani. Sono perfettamente consapevole di quello che abbiamo visto nella torre, ma devi ammettere che non è così semplice accettare la teoria degli extraterrestri.”
“Perché no?” Fece lei, candidamente. “Davvero non hai mai pensato ci potessero essere altre forme di vita oltre la nostra? Io non ci vedrei nulla di male, se non fosse che finora non hanno fatto altro che uccidere esseri umani.”
“Non posso darti torto.” Le risposi semplicemente, non avendo altri argomenti con cui controbattere alle sue argomentazioni.


Infine vediamo di conoscere un po' meglio l'autrice:

"Di me posso dire che vivo nella provincia di Cuneo e ho 45 anni. 
Amo tantissimo leggere. Fin da piccola ho divorato libri su libri di qualsiasi genere, anche se i miei preferiti sono sempre stati quelli fantasy, che mi facevano sognare ed evadere dalla realtà. 

Devo però ammettere che ho sempre avuto un debole per i "cattivi" dei romanzi in quanto li ho sempre trovati più intriganti dei soliti buoni a volte fin troppo stereotipati. 
Ho sempre adorato scrivere racconti o piccole storie, o semplicemente raccontarle come favole della buona notte per la mia sorellina. Ora, proprio grazie al suo incoraggiamento,ho finalmente deciso di scrivere un vero romanzo e di provare a pubblicarlo.

Purtroppo devo dividere questa passione con il lavoro della vita reale dove mi guadagno da vivere lavorando come Operatrice Sanitaria in una casa di riposo. E anche se adoro il mio lavoro attuale, mi piacerebbe molto trasformare questo amore per la scrittura nella mia unica fonte di guadagno."



martedì 6 febbraio 2018

Presentazione di "Non amarmi - Tutto è come dovrebbe essere."



Questa settimana vi propongo un romanzo, secondo volume di una trilogia, The unloved series.
Il primo volume lo trovate qui


Vediamo la scheda:


Titolo: Non Amarmi - Tutto è come dovrebbe essere

Autore: Natasa Ursic

Genere: New Adult/Noir Romanzato

Collana: è il secondo volume della trilogia The Unloved Series

Data di uscita: 22 Gennaio 2018

Casa Editrice: Autopubblicato

Formato: Ebook., anche con KU

Prezzo: 2.99

Link di acquisto:  Amazon





Trama: Danielle ritorna a Birmingham e porta con se tanto scompiglio. La memoria sembra averle regalato qualche spezzone importante del suo passato.

Si troverà a capire il legame con il tanto temuto Clan. Cosa le è successo e, cosa più importante, chi è Evan?

I suoi continui flashback la porteranno fuori strada: accuserà persone che non c'entrano nulla con quella vocina che continua a tormentarla.

Ma quando si troverà davanti il ragazzo con i capelli neri, occhi scuri e pelle olivastra, allora tutto avrà un senso.



Un piccolo estratto per introdurvi nell'atmosfera del libro:



Una breve biografia dell'autrice:

Natasa Ursic si definisce come una ragazza abbastanza timida e permalosa di 31 anni

Vive in un paesino nel Giuliano (Friuli Venezia Giulia). Ha una splendida bimba di undici anni. Le piace leggere, quando il tempo glielo permette. Viaggia con la fantasia molto più spesso di quanto  forse dovrebbe.

Ha iniziato a scrivere questa storia circa tre anni fa ma solo ora ha avuto il coraggio di pubblicarla e farla conoscere. Non si definisce una scrittrice ma una scribacchina dei suoi film mentali.
Da grande vuole fare la mamma a tempo pieno.

venerdì 2 febbraio 2018

Un 6 Nazioni, anzi due: il 6 Nazioni Letterario di ATE

Condivido la bella iniziativa di Ate: un torneo letterario che si affianca al "vero" torneo del 6 Nazioni di Rugby.

"Il “nostro” Sei Nazioni, questo Sei Nazioni Letterario, seguirà il calendario di quello vero: cominceremo quindi il 3 febbraio e termineremo il 17 marzo.



Per noi il Sei Nazioni si giocherà nei due giorni su cui si articolano le partite vere e con tutte le partite in contemporanea. Il sabato, ciascuna delle squadre pubblicherà un racconto.

Ciascun racconto deve avere una ispirazione che sia legata alla squadra scelta e al Rugby: che parlino di Scozia, Galles, Francia, Inghilterra, Italia e Irlanda, i racconti. E di palla ovale.

Trovate la presentazione dell'iniziativa, il regolamento completo e tutti i primi sei racconti qui

E se vi piace il rugby psichedelico, anzi direi  allucinogeno, un'ambientazione anni '70, i Jefferson Airplane e il Bianconiglio, il link del mio racconto è qui  votabile su Facebook qui fino a domenica 4 Febbraio.

mercoledì 31 gennaio 2018

Racconti umbri

Dopo aver partecipato a un concorso lanciato da Historica edizioni, il mio racconto "Se solo potessi dirti" è stato selezionato per la pubblicazione sull'antologia:


Il racconto è una sorta di "paranormal romance". Cosa pensereste se vi doveste risvegliare... al vostro funerale?

Ecco il link di acquisto (cartaceo): qui Prima di ordinarlo vi consiglio di chiedere via mail alla casa editrice se sono ancora disponibili delle copie, visto che la prima edizione del libro era quasi esaurita.

venerdì 19 gennaio 2018

"Elogio dell’infanzia" di Peter Handke



Quando il bambino era bambino, camminava con le braccia ciondoloni, voleva che il ruscello fosse un fiume, il fiume un torrente e questa pozzanghera il mare.

Quando il bambino era bambino, non sapeva di essere un bambino, per lui tutto aveva un’anima e tutte le anime erano un tutt’uno.

Quando il bambino era bambino non aveva opinioni su nulla, non aveva abitudini, sedeva spesso con le gambe incrociate e di colpo si metteva a correre, aveva un vortice tra i capelli e non faceva facce da fotografo.

Quando il bambino era bambino, era l’epoca di queste domande:
perché io sono io, e perché non sei tu?
perché sono qui, e perché non sono lì?
quando comincia il tempo, e dove finisce lo spazio?
la vita sotto il sole è forse solo un sogno?
non è solo l’apparenza di un mondo davanti al mondo quello che vedo, sento e odoro?
c’è veramente il male e gente veramente cattiva?
come può essere che io, che sono io, non c’ero prima di diventare, e che, una volta, io, che sono io,
non sarò più quello che sono?



Quando il bambino era bambino, si strozzava con gli spinaci, i piselli, il riso al latte, e con il cavolfiore bollito e adesso mangia tutto questo, e non solo per necessità.

Quando il bambino era bambino, una volta si svegliò in un letto sconosciuto, e adesso questo gli succede sempre.
Molte persone gli sembravano belle e adesso questo gli succede solo in qualche raro caso di fortuna.

Si immaginava chiaramente il Paradiso e adesso riesce appena a sospettarlo, non riusciva a immaginarsi il nulla e 0ggi trema alla sua idea.

Quando il bambino era bambino, giocava con entusiasmo e adesso è tutto immerso nella cosa come allora, soltanto quando questa cosa è il suo lavoro.



Quando il bambino era bambino, per nutrirsi gli bastavano pane e mela ed è ancora così.

Quando il bambino era bambino, le bacche gli cadevano in mano come solo le bacche sanno cadere ed è ancora così, le noci fresche gli raspavano la lingua ed è ancora così, a ogni monte, sentiva nostalgia per una montagna ancora più alta e in ogni città sentiva nostalgia per una città ancora più grande ed è ancora così, sulla cima di un albero prendeva le ciliegie tutto euforico, com’è ancora oggi, aveva timore davanti a ogni estraneo e continua ad averlo, aspettava la prima neve, e continua ad aspettarla.

Quando il bambino era bambino, lanciava contro l’albero un bastone come fosse una lancia, che ancora continua a vibrare.

venerdì 22 dicembre 2017

Release Blitz 2: Io sono l'usignolo di Emanuela Navone

Come preannunciato, in vista dell'uscita de "Io sono l'usignolo", un thriller italiano con un'ambientazione molto particolare e riuscita, ecco un corposo estratto del primo capitolo del libro di Emanuela Navone. Lo trovate sotto la copertina. 
Ma prima di immergerci nella lettura, conosciamo meglio l'autrice:




Emanuela è nata a Genova e vive in un paesino sperduto sui monti proprio sul confine con il Piemonte.
Scrive da quando era una bambina, e da allora ne è passata di acqua sotto i ponti. È cresciuta a pane e Stephen King, e gran parte della sua esistenza l’ha trascorsa leggendo i suoi horror e i fantasy della Bradley, Tolkien, Goodkind e autori meno famosi.
Nel 2014 ha finalmente ottenuto la laurea dopo anni di lacrime e sangue e si è trovata nel mondo reale e ha scoperto che era pieno di denti aguzzi. È diventata assistente editor per Edicolors, una casa editrice specializzata in narrativa per l’infanzia; poi, cedendo allo smisurato ego che la divora, ha deciso di diventare freelance.





 

Vive in una grande casa circondata da gatti — prima o poi diventerà come la gattara dei Simpson. Oltre alla scrittura, adora la musica metal e la fotografia. La trovate spesso in giro per i boschi con la sua fedele reflex e la testa sulle nuvole.
Ha pubblicato, sempre come self, il breve Prontuario di editing e il racconto Reach, contenuto anche nella raccolta a scopo benefico Only Hope.

 
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ESTRATTO: PRIMO CAPITOLO

Lunedì 21 agosto 2000

Il trasloco a Val Salice iniziò sotto i peggiori auspici.
Primo punto: appena partiti dovemmo tornare indietro perché Rossana aveva dimenticato il valigiotto con creme, detergenti e qualsiasi orpello con cui donne come mia moglie si divertivano in bagno.
Secondo punto: partiti per la seconda volta, dovemmo di nuovo tornare indietro perché Stella non trovava Lalla e se non aveva la sua bambola di pezza rischiava di patire l’autostrada.
Terzo punto: Oscar, il gattone rosso e pigro, decise che non amava più la gabbietta e dovemmo farlo uscire, con la conseguenza che passò il viaggio disteso sulle cosce di Rossana, emettendo di tanto in tanto un miagolio di vero dolore.
Morale: arrivammo a Val Salice due ore dopo il previsto, sotto un temporale di quelli che ti annegano appena metti un’unghia fuori, Rossana e Stella nervose e io più sudato di quando, al mare, mi ostinavo a non prendere sdraio e ombrellone perché non mi andava di sborsare ventimila lire.
Ciliegina sulla torta, appena scendemmo dalla BMW, infagottati sotto giacchette leggere prese alla spicciolata in una valigia, Stella iniziò a starnutire.
Di per sé, qualche starnuto non è grave, ma essere sposati con Rossana De Simone equivaleva a una delle Grandi Tragedie.
Le hai portate le medicine? No che non le hai portate, vero? E adesso come facciamo diavolo adesso le verrà la febbre e non hai portato le medicine e se si sente male bisogna chiamare l’ambulanza andare al pronto soccorso che poi l’ultima volta siamo stati lì ore.
Neanche il tempo di scaricare i bagagli che dovetti fiondarmi in auto e cercare una farmacia in quel paesino sperduto tra i monti liguri.
Così iniziò la mia nuova vita lontano dalla città. E mentirei se dicessi che ero elettrizzato.


Il campanello suonò mentre la porta si apriva. Mi sfregai le mani l’una contro l’altra, intirizzito nel giubbotto leggero. Le scarpe di tela filtravano l’aria come ciabatte da mare. Feci due passi. File di scaffali di legno ospitavano un melting-pot di medicinali, mentre dietro il bancone, una vecchia credenza conteneva piccole brocche forse dipinte a mano. In un angolo, una vecchia bilancia si incastrava tra due depliant che promettevano la migliore soluzione alla tosse secca e spiegavano perché fosse nocivo fumare in gravidanza.
La farmacia di Ca’ Tonda, paesino minuscolo vicino a Val Salice, era un pot-pourri di scatoline colorate. Se avessi avuto dietro la mia reflex, mi sarebbe piaciuto catturare qualche sfumatura, un verde smeraldo, un rosso mattone o un bianco panna.
La donna dietro il bancone batteva sui tasti del registratore di cassa e parlottava tra sé. Al suono del campanello, alzò lo sguardo. «Buonasera» cinguettò.
«Buonasera.» Mi avvicinai con le mani in tasca.
«Freddino, vero?»
«Già.»
La donna diede una rapida occhiata al registratore di cassa. Il pollice e l’indice grattavano pigramente il mento. «Oggi il buon Charlie non ne vuole sapere di funzionare.»
Dovevo avere un’espressione stupita perché la donna scoppiò a ridere.
«Charlie è il nome che ho dato al registratore» spiegò.
«Ah.»
«Che cosa desidera?»
«Del paracetamolo. Mia figlia ha un forte raffreddore e mia moglie teme le venga la febbre.»
La farmacista annuì e uscì dal bancone. Una piccola botte in camice bianco. «In questo periodo è facile ammalarsi» disse mentre rovistava in uno scaffale. «Turisti?»
«Ci siamo trasferiti oggi a Val Salice.» Assunsi una delle mie migliori espressioni scocciate per troncare il dialogo. Non avevo di certo tempo da perdere in inutili chiacchiere.
La farmacista terminò la ricerca su uno scaffale e passò all’altro. «Un posticino accogliente, vero?»
Tentativo fallito.
«Sa che è stato quasi raso al suolo da un incendio?»
In meno di un secondo, la mia espressione scocciata diventò incuriosita. «Non lo sapevo.» Fissai la donna con vivo interesse.
La farmacista pescò una confezione di paracetamolo nascosta tra un flacone di sciroppo per la tosse e un detergente intimo. Caracollò verso il bancone e vi posò la medicina. «Successe vent’anni fa.» Scosse la testa. «Una vera tragedia.»
Posai una banconota da ventimila lire accanto al registratore di cassa. Lo sguardo della farmacista sembrava afflitto, ma dietro si scorgeva qualcosa, una specie di forte desiderio, un’aspettativa.
dai chiedimi cosa successe ti prego
Stetti al gioco.
«Che cosa successe?»
La donna parve gonfiarsi come un palloncino. Si allungò verso di me e mise una mano sulla bocca. «L’incendio distrusse la casa del sindaco e si propagò per metà del paese. Montignani, sua moglie e suo figlio non ce la fecero.» Tamburellò le dita sul bancone. «Aveva appena vent’anni, quel povero ragazzo. Morire così... Che destino ingiusto.»
Presi il flacone di paracetamolo. «È stato un incidente?»
I grandi occhi da lontra della farmacista mi guardavano fissi. «Certo che no. Florian Chevalier. L’usignolo.» Si diede un colpetto sulla tempia. «Un pazzo.» Armeggiò ancora qualche istante con il registratore. «Non è serata, vero, Charlie?»
«Usignolo?» Mi stava prendendo in giro?
«Così si faceva chiamare. Non so il motivo.» Risatina civettuola.
«Perché lo ha fatto?» Misi la medicina nella tasca dei jeans.
La donna fece spallucce. «Lo chieda agli abitanti di Val Salice.» Riprese ad armeggiare con il registratore di cassa. «Le scoccia se non batto lo scontrino?»
Feci un saluto smozzicato. Non mi scocciava. Uscii.
Oh, se lo avrei chiesto. Lo avrei chiesto di certo.
Quella palla con il camice addosso non sapeva che le tragedie erano il mio pane quotidiano.
Rubino Traverso, giornalista e fotoreporter: questa è roba per te.








mercoledì 20 dicembre 2017

L'insonnia (per Jorge Luis Borges)




Che cos'è l'insonnia?




[...] è sentirsi colpevoli di vegliare quando gli 
altri  dormono,

è cercare di  sprofondarsi  nel  sonno e non potersi 
sprofondare, 

è l'orrore di esistere e continuare ad esistere, 

è l'alba dubbiosa.

 


J. L. Borges

martedì 12 dicembre 2017

Release Blitz: Io sono l'usignolo di Emanuela Navone

Sono lieto di introdurvi nell'ultima fatica letteraria di Emanuela Navone, un thriller dall'accattivante titolo di "Io sono l'usignolo" uscito appena due giorni fa. 

Pubblicherò oggi la scheda del libro e la sinossi per poi farvi avere tra qualche giorno un corposo estratto del primo capitolo. Lasciamo quindi la parola all'autrice e al suo libro.




Chi è Florian Chevalier e perché ha bruciato la casa del sindaco di Val Salice? Questo si domanda il giornalista Rubino Traverso, intenzionato a scoprirne di più e sorpreso che nessuno voglia raccontare nulla.

Quando, proseguendo le ricerche, inizia a ricevere disegni bizzarri e strani messaggi intimidatori, capisce la verità non deve venire a galla. Che cosa nascondono gli abitanti di Val Salice?

In un agosto spazzato dal vento, Rubino scoprirà a poco a poco che perfino un piccolo paese sperduto fra i monti liguri ha i suoi scheletri nell’armadio. E dovrà scoprire quali.
Cosa sei disposto a perdere pur di conoscere la verità?



EDITORE:    Autopubblicato
GENERE:    Thriller
NUMERO    DI PAGINE: 330
DATA DI USCITA:    10/12/2017
PREZZO ED. CARTACEA:    ND
PREZZO ED. DIGITALE:    2,99 €
LINK D’ACQUISTO:    http://amzn.to/2hnUExI
ISBN: ND


La pagina Facebook del romanzo la trovate qui